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Van Gogh e il viaggio di Gauguin

Il sospetto mi sarebbe dovuto sorgere già al momento della presentazione della mostra (http://contresainte-beuve.blogspot.com/2011/10/lo-spettacolo-di-una-mostra.html) avvenuta appunto in forma di spettacolo: si tratta in effetti di una mostra "spettacolare” non in senso qualitativo ma in termini di allestimento e di opere esposte, e devo dire che mi ha dato l’impressione di uno spettacolo con poche idee sotto i molti lustrini.
Si inizia con la ricostruzione della camera di Van Gogh ad Arles: alle pareti il celebre dipinto delle sue scarpe ed un paio di paesaggi di Morandi. Il motivo di questo accostamento dovrebbe essere illustrato nell’apparato informativo – persino debordante nella quantità – che consiste in ampi stralci tratti dal catalogo, scritto dal curatore in una prosa tanto ricca di voli pindarici quanto parca di dati storici e anagrafici mirati, e che già era emersa appunto in occasione della ricordata presentazione teatrale. Si prosegue con alcuni paesaggi di artisti americani appartenenti alla Hudson River School e due Turner “astratti”: è chiaro il tema della scoperta, della frontiera per i pittori americani ma Turner? Non sarebbe stato meglio – e ben più denso di significato anche se sarebbe lungo trattarlo qui – cercare di ottenere il prestito di questa tela di Turner?

Anche nel caso di Friedrich, del quale è stato scelto un piccolo olio di una barca sull’Elba, credo sarebbe stato più opportuno scegliere uno dei suoi tanti quadri simboleggianti il viaggio interiore: di romantico, in questo suo piccolo quadro non tra i più felicemente riusciti, c’è la nebbia mattutina che avvolge la barca.
Ho trovato francamente comico il tentativo di dare una lettura di Figura sulla riva del mare  di Nicolas De Staël: affissa sulle pareti della stanza dove è esposta quest’opera astratta, l’ekphrasis era tutta volta al dubitativo giacché si tentava di applicare, solo in forza del titolo assegnato all’opera,   corrispondenze nella realtà fisica alla indefinitezza delle forme.


La sala successiva, allestita – quantomeno nelle intenzioni – come una capanna indigena ospita, in splendida solitudine,  Da dove veniamo? Chi siamo? Dove andiamo? di Paul Gauguin ossia una delle poche ragioni di interesse dell’esposizione. Dopo un brusco salto stilistico-temporale che porta a Rothko, si torna a Van Gogh con un’ampia sequenza di paesaggi, più due Monet aventi come tema le ninfee. Si chiude quindi con una selezione di Kandinskij, l'Autoritratto al cavalletto ancora di Van Gogh che campeggia, unico sublime protagonista, in una sala dedicata e ancora paesaggi di Vincent dipinti nell’ultima fase della sua attività.
Sono parecchie le perplessità lasciatemi da questa mostra, in primis l'inserimento di Gauguin nel titolo con la sola presenza di un’opera- per quanto pregevole – dell’artista. E non sarebbe forse stato utile – e pur sempre in tema – confrontare le tele del Gauguin “bretone” con quelle del Van Gogh "provenzale”? A proposito di Turner e Friedrich, io avrei scelto altri esempi di pittura romantica (p. es. John Martin) creando poi un corto circuito tra il sublime di certi paesaggi e quelli interiori che potrebbero essere suggeriti da tele surrealiste (penso a Delvaux o Tanguy). Insomma, come dicevo, mi sembra più un’operazione volta ad esercitare facile presa sul grande pubblico con nomi di richiamo ma piuttosto superficiale e di non facile lettura nella scelta del fil rouge che dovrebbe legare le opere. Va da sé che, stante la povertà dell’offerta culturale genovese, si tratta comunque di un evento di rilievo ma il fresco ricordo di quanto visto altrove – e illustrato nei post precedenti – mette ancor più in evidenza le differenze qualitative.


Van Gogh e il viaggio di Gauguin
Genova Palazzo Ducale
12 novembre 2011 - 15 aprile 2012




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